Visualizzazione post con etichetta ristoranti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ristoranti. Mostra tutti i post

giovedì 28 ottobre 2010

Ristorante La Madia - Licata

entroterra siciliano

Mai come quest’anno ho avuto modo di inanellare una serie di ristoranti di un certo pregio con così ravvicinata frequenza. Non ve li sto nemmeno ad elencare perché quasi quasi mi vergogno (e soprattutto perché non ho voglia che mi ci mandiate…) ma di uno sento l’esigenza di parlare.
Sarà perché è stato quello con cui siamo andati con la minore aspettativa, sarà perché ho sentito parecchi pareri discordanti, fatto sta che per noi è stata una vera rivelazione.
Sto parlando di un ristorante che porta la gentilezza, il calore e l’ospitalità della Sicilia tra le mura di un locale stellato per esprimerli alla massima potenza.
E’ un posto dove i piatti sono tutt’altro che barocchi ma, al contrario, figli di una cucina di “sottrazione” tesa a eliminare il superfluo per spiazzare con la dirompenza della propria essenzialità.
Sto parlando de La Madia di Pino Cuttaia a Licata. Sì, Licata. Un paese decisamente al di fuori dai percorsi turistici dove di certo non si finisce per caso. Ma vi assicuro che si tratta di una deviazione che vi ripagherà.

Prima di elencarvi quello che mi sono mangiata (ovvero il menù degustazione creativo da 95 euro dell’estate 2010) tengo a fare una premessa: il giorno in cui ho prenotato (circa un mese prima) ho altresì specificato che purtroppo mio marito non poteva mangiare pesce. La sera in cui siamo andati, al momento dell’ordinazione e senza dover ricordare le nostre esigenze, il cameriere si è presentato con una proposta degustazione “no fish” studiata apposta per mio marito con lo stesso numero di portate e allo stesso prezzo del mio.
Inutile dire che non era mai successo e che la cosa ci ha particolarmente colpiti.
Ebbene, qual è stato il biglietto da visita di Pino Cuttaia (sempre più spesso noto come chi apre il proprio menù in maniera vincente, difficilmente poi delude sul resto)? Molto semplicemente Pomodoro e mozzarella, ovvero una sorta di bignè creato con la pelle del latte ripieno di una spuma di mozzarella, il tutto adagiato su una panzanella di pomodoro e basilico. Superbo. La morbidezza volatile della spuma in contrasto con la croccantezza della panzanella è stato a dir poco commovente.
Il tutto affiancato da un cestino di bocconcini di pane di vario genere magistralmente eseguiti accompagnati da una ciotolina di olio (se non erro il Particella 34 di Pianogrillo) e un pizzico di sale Maldon.
Subito dopo, Battutino di gamberi rossi, maionese di bottarga di tonno e olio al mandarino: delicato e deciso al tempo stesso. Pochi ingredienti sapientemente orchestrati che creano un piatto di una freschezza unica. L’esercizio della maionese a base di uova-di-pesce risulta decisamente vincente.
A seguire Sapore di mare…sapore di sale, un nome che sembra dire niente e invece dice tutto. Descriverne gli ingredienti che lo compongono (tagliatelle di calamari, nastri di zucchine, vongole, ricci di mare, ecc.) non riuscirà mai a rendere l’efficacia della sua degustazione. E’ il “sapore di mare” allo stato puro. Forse uno dei piatti più dirompenti della mia vita.
E poi ancora i calamari che, dopo essersi tramutati in tagliatella, ora assumono le sembianze del raviolo in Raviolo di calamaro ripieno di tinniruma di cucuzza e salsa di acciughe,con evidente richiamo ai prodotti locali.
E poi ancora due primi: i Tortelli estivi “ricordo del pesto trapanese e l’Arancino di riso con ragù di triglia e finocchietto selvatico, entrambi di grande gusto e che dimostrano intelligenza e sensibilità nella manipolazione di ricette tradizionali.
Per finire Spada su carbonella di mandorla ovvero un paio di trancetti di pesce spada serviti su una minigratella da tavolo sotto la quale bruciava la carbonella di legno di mandorlo serviti con un divino olio alla cenere e una patata cotta anch’essa nella cenere.
Mai mangiato niente di più semplice e allo stesso tempo sconvolgente. Davvero un piatto da ricordare.
A seguire una classica Granita al limone con brioche per ripulirsi la bocca e Cornucopia, cialda di cannolo ripiena di ricotta, marmellata d’arance e gelato al vecchio samperi, entrambi molto buoni ma a mio avviso non all’altezza del resto.

Grazie a Pino Cuttaia dunque, a casa del quale spero di tornare presto.


Ristorante La Madia
Corso F. Re Capriata, 22
Licata (AG)
Tel. 0922.771443
http://www.ristorantelamadia.it/

venerdì 11 settembre 2009

Ristorante Cracco - Milano (di nuovo...)

Come forse ricorderete, lo scorso mese ho festeggiato il mio compleanno. Quello che non sapete è COME l’ho festeggiato.
Al mattino sono stata salutata con un misterioso “Fatti bella per stasera!” e alla sera, con grande stupore: Cracco.
Non vi dico quello che ho provato quando ho capito dove stavo andando. Un’emozione incredibile, un batticuore da cardiopalma (sì, peggio di una tredicenne al primo appuntamento!). Figuratevi, poi, quando ho scoperto che ci era stata riservata la saletta privata: quella con un unico tavolo e vetrata con vista cucina.
…e poi…
…e poi un sacco di altre cose che non si possono raccontare, ma che hanno fatto sì che quella fosse la più bella serata della mia vita.

Quello che ho mangiato è stato di gran lunga superiore rispetto alle mie già elevate aspettative e mi ha lasciata completamente soddisfatta e stupita. Lo stesso vale per il servizio: preparato e garbato, sempre alla giusta distanza (o vicinanza): una professionalità che è raro incontrare.
Mi limiterò a cercare di raccontare quello che ho provato io col menù “creativo” da 160 euro e non anche i piatti del menù dei "Classici" presi dal mio fidanzato (di cui, tra l'altro, vi aveva già magistralmente parlato Phil).

In apertura, ci sono stati offerti la classica confezione di plastica griffata Cracco piena di chips di verdure sottilissime ed essiccate al naturale e un piatto di amuses bouche composto da simil-olive all’ascolana, donzelle all’acciuga, sfoglie di riso croccanti in cinque colori ( al nero di seppia, al corallo di capasanta, ecc.) e delle specie di “fonzies”, il tutto assieme ad un ottimo pane e a degli ottimi grissini.
A seguire Foglie di mare, anguria e alici marinate: l’esplosione in bocca.
Già dal primo piatto emergono tutti i tratti della cucina cracchiana: un concerto di sapori, dai suoni nettamente decisi e distinti che si fondono magicamente nell’incontro col palato.
Con Cracco non ci sono mezzi termini. Non esiste il grigio, ma solo il bianco o il nero.
I sapori, pur convivendo e pur risuonando insieme, non si (con)fondono mai. Ognuno rimane con la propria identità. Ognuno esige di partecipare in prima persona alla sinfonia gustativa che si viene a creare in bocca.
E questo è quello che succede con la forte sapidità dell’alice (accentuata dalle foglie di mare) quando si incontra con la dolcezza e la freschezza esplosiva (quasi come una cascata) dell’anguria. Strepitoso.
E lo stesso vale per gli altri due antipasti: Ostrica cotta al sale con fichi e burro alla salvia e Prezzemolo, asparagi verdi e orchidea al vapore con ricci di mare.
La sapidità dell’ostrica al sale che si incontra con la dolcezza del fico, il tutto avvolto dalla morbidezza vellutata del burro da una parte e la dolcezza floreale dell’orchidea che si smorza nella sapidità dei ricci dall’altra. Stesso ragionamento, stessa capacita esplosiva e sconcertante.
Per me è poi arrivata la Marinara di pesce in foglie con verdure croccanti: un “condensato” di pesci in fogli. Una sorta di millefoglie in cui ciascuno strato difendeva l'identità di un pesce. Diciamo l’interpretazione geniale della più classica e banale insalata di mare.
E poi lei: la Crema bruciata all’olio di vaniglia e garusoli servita nel taste huile di Pianogrillo. Piatto opera di Matteo Baronetto -vincitore del VI concorso internazionale di cucina con olio extra vergine d’oliva nell’ambito della manifestazione Lo Mejor de la Gastronomia di San Sebastian- che non mi dà spazio per aggettivi che le rendano sufficientemente onore. Tutta l’aromaticità della vaniglia e dell’olio d’oliva, tutta l’untuosità e la voluttà che si avvolgono per poi incontrarsi con le note iodate del garusolo…è una cosa di un’eleganza incredibile, che ti lascia senza fiato. Sicuramente uno dei picchi più alti della cena.
E poi ancora Funghi porcini, mela con frutta secca: un’insalata dove finalemente il porcino sa di porcino e si incontra con la frutta secca in un piatto apparentemente semplice, ma dai sapori ben marcati e ben coordinati tra loro.
E ora veniamo all’unico micro tasto dolente della sera: il mitico tuorlo marinato, assaggiato in Minestra tiepida di verdure, uova di tuorlo marinato. Una sorta di “minestrone” formato da verdure eccellenti dove ognuna sprizzava la propria personalità (mai mangiate zucchine così!) dove, assieme ai vegetali, navigavano nel brodo anche delle micro palline (allo sguardo superficiale sembravano uova di salmone) fatte, appunto, di tuorlo marinato. Il sapore era ottimo (il rosso dell’uovo all’ennesima potenza!) ma il tuorlo, imbevuto di brodo, creava una sorta di effetto chewing gum sotto ai denti un poco spiacevole.
A seguire, Ravioli di patate cotti sul rosmarino, rhum, uvetta e gruè di cacao: dei ravioli la cui “pasta” è formata dalla patata stessa e che ben si presentavano assieme alle note dolci-amare del condimento e il Petto di piccione allo spiedo con salsa di peperone dolce, carote e barbabietola. Una carne lavorata a regola d’arte che si appoggiava ad un mix di verdure dolcissime lavorate altrettanto bene.
E poi un altro piatto di spicco: l’Insalata di midollo. Semplice a dirsi, incredibile a mangiarsi. Fettine di midollo calde, accompagnate a chicchi di farro, fagiolini e pomodori verdi (una mostarda, credo)…commuovente.
E ancora Verde di finocchio, pomodoro verde, sorbetto all’olio d’oliva. Questo predessert mi ha sconvolta per la sua perfezione. Questo piatto riusciva perfettamente nel suo scopo: quello di “pulire la bocca” in previsione dei dolci. Non ho mai assaggiato niente di simile. Niente di più funzionale.
Il fresco del sorbetto all’olio rinforzato dal finocchietto (che all’inizio sembra un po’ invasivo, poi ti rendi subito conto che si trova al punto giusto nel momento giusto) dialogano perfettamente con le note del pomodoro verde. Non so che dire: è un piatto intelligente, sembra dotato di vita propria.
E poi l’ultima coccola, garbata ed elegante, nel dolce: Cannoli di zucchero alla liquirizia, albicocca e noci. Mini cannoli di sottilissimo zucchero alla liquirizia ripieni di albicocca e irrorati, sul momento, di un latte di noce. Di nuovo l’esplosione: lo zucchero che si fa in mille pezzi e fa scoprire l'aspra morbidezza dell’albicocca che si incontra con i toni amari delle noci. Stupendo.
Siamo alla fine. Ancora qualche assaggio di piccola pasticceria di eccellente fattura e, per chiudere il cerchio, la frutta disidratata.

Mai provata un’esperienza simile.

Ristorante Cracco-Milano
Via Victor Hugo, 4
Milano
tel. 02.87.67.74
http://www.ristorantecracco.it/

lunedì 24 novembre 2008

Ristorante Innocenti Evasioni


Immagine presa da internet

Mentre io me ne sto qui a fare il criceto, qualcuno se ne va in giro a gozzovigliare senza pudore...
Come sempre, pretendere una recensione è il minimo che io possa fare, soprattutto quando si tratta di un ristorante neostellato, che così splendente non sembra essere...
Phil è stato da Innocenti Evasioni circa due settimane fa, prima quindi che la Michelin conferisse loro la stella e questa era stata la sua impressione...fate un po' i vostri conti (forse che urga una riflessione sulle guide?)!


Il ristorante Innocenti Evasioni ha una lunga storia tutta milanese: prima trattoria gestita in modo familiare e poi, dal 1998, l’inizio di un percorso verso l’alta cucina con i due giovani chef e patron Tommaso Arrigoni ed Eros Picco. Un percorso ormai decennale che negli anni ho avuto modo di testare in qualche occasione, l’ultima un paio di settimane fa. Ho così potuto confermare un’impressione già avuta e largamente condivisa dai miei «consulenti enogastronomici»: Innocenti Evasioni è un’opera incompiuta, un «voglio ma non posso», in cui il tentativo – in molti casi intelligente, in altri meno – di fare cucina creativa si scontra con il risultato finale, quasi mai convincente. Ma procediamo con ordine. Il ristorante si trova in una minuscola via privata in zona Certosa, non proprio una delle migliori zone di Milano, in un angolo buio e nemmeno troppo pulito. È quindi sorprendente varcare una soglia e trovarsi all’interno di un salottino-guardaroba che immette in una elegante sala da pranzo affacciata, grazie a un’imponente vetrata, su un giardino zen rilassante e curato. Davvero un’oasi di pace avulsa dal contesto cittadino, quasi un luogo segreto. Il servizio è garbato, puntuale e sorridente; la tavola è ben apparecchiata, con dei bicchieri rosso fuoco e una pianta grassa al centro della tavola. Nell’attesa degli altri convitati, impegnati nell’ardua impresa di trovare parcheggio, ho sgranocchiato delle sfoglie croccanti con riso soffiato poste sulla tavola: pessime. Meglio, così mi sono contenuto. Quando il tavolo si è riempito abbiamo chiesto un aperitivo, e ci è stato proposto un Franciacorta, molto gradevole. Abbiamo così potuto consultare la Carta sorseggiando le bollicine, che è sempre cosa buona e giusta. Le proposte sono interessanti: un Degustazione a 65€, la possibilità di combinare quattro portate a 48€, un piccolo Degustazione a 45€ e una quindicina di portate di carne, pesce e vegetali. I prezzi, lo diciamo subito, sono buoni, nel senso che, se il ristorante mantenesse le promesse di qualità, avremmo una cucina d’autore in un bel contesto a circa 70€ a testa, sempre più una rarità (purtroppo).
Ho optato per il menu “combinato”, che ho così disegnato:
Coscia di cervo marinata da noi, panella alle spezie e condimento all’aceto balsamico. La marinatura del cervo è interessante, ma il piatto non rende: la panella speziata è deludente e il condimento piuttosto scontato, con l’aggiunta di lamelle di mandorla. Nel complesso un piatto senza infamia e senza lode;
Riso Carnaroli “Acquerello” mantecato con cavolfiore, provola affumicata e polvere di capperi. L’ottima qualità del riso viene compromessa da una mantecatura troppo lenta, ed è un peccato, perché l’accostamento cavolfiore-provola-cappero non è niente male. Il formaggio si sente un po’ poco, in realtà, mentre il cappero è predominante, tuttavia a livello organolettico il risultato è più che soddisfacente. In questo caso è proprio la realizzazione a essere carente: un risottino di serie B;
Vitello arrostito al rafano, cavolo cappuccio scottato con bacon e rafano fondente. Nome complesso, ma piatto abbastanza semplice: un bel pezzo di vitello arrosto con una crema al rafano e un accompagnamento decorativo di cavolo cappuccio. Buoni i sapori, per quanto il rafano fondente somigliasse molto a una crema di rafano industriale che compro talvolta, ma non adeguata la qualità della carne, tanto nodosa da rendere difficile tagliarla con il coltello proposto;
Budino di pistacchio di Bronte, salsa al cioccolato e cialda croccante. Ancora una volta buone le premesse, per quanto non particolarmente originali, ma modesta la realizzazione: il budino è stopposo e il sapore dei pistacchi è completamente sopraffatto dalla salsa di cioccolato e granella di nocciole, esagerata per quantità e intensità. Buona invece le cialda, disposta a lingua come “copertura” del budino. Il risultato finale è un dolce che si lascia mangiare, proprio perché dolce, ma l’investimento in termini di trigliceridi non vale assolutamente il godimento gustativo.
In accompagnamento ai piatti ho bevuto il vino scelto dall’intero tavolo, un Morellino di Scansano Le Pupille 2004 (Poggio Valente), davvero eccellente, e un Torcolato 2005 (Maculan), un classico.
Durante la lunga serata (i tempi della cucina sono un po’ dilatati, del resto il ristorante era strapieno) ho avuto modo di testare anche (saccheggiando dai piatti altrui):
Carota in purea profumata allo zenzero e scorza d’arancia, fogli di finocchi. Un po’ banale, a essere sinceri, la purea di carota e zenzero, ma ben eseguita; divertenti le chips di finocchi disidratati;
Bigoli di farina saracena al sugo di faraona, funghi pleurotus e croccante al parmigiano. Probabilmente il miglior piatto della cena, ben realizzato, con sapori bilanciati al meglio e un’alta qualità della pasta. Il fungo pleurotus, notoriamente duttile, ben si sposava al sugo di faraona;
Gnocchi di peperoni e patate, pesto alle mandorle profumato all’origano e pecorino. Un altro buon primo, pur non eccellente, giocato sul profumo delle mandorle e dell’origano. Gli gnocchetti, piccoli e sodi, sono impastati con patate e (suppongo) una purea di peperone, risultando così colorati e piacevoli;
Trancio di spada scottato in padella, fagiolini e cipolla glassati, battuto d’olive. Una delusione, davvero un piatto anonimo, che se si chiamasse semplicemente “trancio di spada con verdure” sarebbe meglio, perché né il battuto d’olive né la cipolla glassata lo aiutano a emergere. Anzi, è stato pure lasciato lì a metà;
Semifreddo al croccantino pralinato, biscotto al cacao e frullato di mango. Un po’ meglio del budino al pistacchio, ma sulla stessa lunghezza d’onda: un dolce inutile.

Nel complesso, come chi è arrivato fin qui nella lettura ha già capito, Innocenti Evasioni non mi è piaciuto, nemmeno dopo diversi anni dall’ultima visita. Anzi, le impressioni (mie e di tutti gli altri convitati, stranamente in accordo) sono state le stesse: una cucina che procede, come giustamente nota anche la guida del Gambero Rosso, per giustapposizioni fini a se stesse, senza riuscire a incidere anche laddove le idee sono buone. Una cucina che vorrebbe essere grande, ma che non ci riesce, risultando persino irritante in alcune sue folate creative. Inoltre, una nota di stile, marginale ma significativa: una delle otto persone al tavolo con me ha chiesto di poter inserire un piatto del piccolo menu degustazione – del foie gras – come antipasto del menù “componibile”. La risposta di chi prendeva le ordinazioni – uno dei due titolari – è stata: «Certo, tutto si può fare. Ovviamente si paga la differenza, perché non possiamo fare capriole”. No, certo, e nessuno ve lo chiede. Ma un po’ di stile in più non risulterebbe certo sgradito, e forse addolcirebbe una pillola non proprio piacevolissima.

Phil


Innocenti Evasioni
Via Privata della Bindellina
20155 Milano
Tel. 02.33.00.18.82
http://www.innocentievasioni.com

lunedì 8 settembre 2008

On the road: La stazione di Valmozzola


Col post di oggi vorrei inaugurare il primo di un lungo elenco di indirizzi di trattorie, ostelli, botteghe e localini vari in cui siete soliti fermarvi quando siete in viaggio.
Vorrei creare, col vostro aiuto, una sorta di "breviario del buon viaggiatore" diretto a chi, stanco del panino dell'Autogrill, vuole sentirsi in vacanza anche quando è, appunto, On the road.
Mi date una mano (magari segnalando qualche indirizzo tra i commenti)?


Il primo locale che vi propongo, scoperto ieri dietro preziosa segnalazione e che diventerà sicuramente per noi una tappa immancabile, si trova lungo l'autostrada della Cisa, la Parma-La Spezia (A15), a due minuti dall'uscita Borgotaro.
Come facilmente intuibile dal titolo, si tratta di una vecchia fermata ferroviaria, ora in disuso, adibita a trattoria.
La cucina è delle più rustiche e tradizionali, con specialità gnocco fritto, salumi e formaggi (ciò di cui ci siamo cibati noi a meno di 15 euro a testa, bevande comprese), da consumare su tavolate di legno a un passo dalle vecchie rotaie del treno. Una fermata davvero particolare, oltre che gustosa.
Qualche foto...






La Stazione
Loc. Stazione, 7
43050 Valmozzola (PR)
Tel. 0525.68112
Chiuso il lunedì e il martedì (d'inverno anche il mercoledì sera)
Uscita A15: Borgotaro

venerdì 5 settembre 2008

Ristorante Al pont de ferr

Eccomi di rientro da un mese di vacanze meravigliose...finalmente come le volevo io, all'insegna del relax e dei bagnetti in posti paradisiaci.
Sono stata proprio bene. Un grazie, quindi, a chi ha reso possibile tutto questo.
E un grazie anche a tutti coloro che sono passati di qui, a lasciare un commento, a farmi gli auguri, a combattere con me contro la tirannia della colla di pesce...
Nell'attesa di riprendere il ritmo cittadino (e soprattutto di riempire il frigorifero), pubblico una recensione, che avevo in sospeso da un po', di uno dei miei ristoranti preferiti (con i suoi pro e i suoi contro).

Dopo la prima felicissima esperienza di quest’inverno, abbiamo deciso di tornare da Matias Perdomo al Pont de ferr i primi di giugno per festeggiare il nostro anniversario.
Questa volta abbiamo mangiato all’aperto, su tavolini di ferro -incastonati tra le vecchie rotaie dei tram- e tovagliette di carta.


L’ambiente all’interno non è da meno: mattoni a vista, tavoli e sedie di legno…insomma, nonostante la raffinatezza in cucina, i gestori hanno deciso di mantenere la stessa facciata “rustica” che contraddistingueva un tempo il locale e la zona nella quale è situato.
E’ una scelta che, personalmente, apprezzo (anche perché aiuta ad abbattere i prezzi), ma comprendo anche le ragioni di chi sostiene che questa decisione tenda a stridere con lo stile della cucina. E’ un contrasto che a me piace ma, come sempre, è una questione di gusti.
Ho invece molto da ridire sul personale. Mentre la prima volta eravamo stati serviti da un paio di ragazze giovani, informali sì, ma molto a modo e ben preparate, questa volta siamo stati serviti da due camerieri apparentemente raccattati per strada la sera prima. Oltre ad avere modi piuttosto sgarbati nel porgere i piatti (tra l’altro, spesso sbeccati agli angoli), non avevano nemmeno idea di quello che portavano in tavola.
Ecco, io non sono una che ha mai troppo badato al servizio, ma ultimamente sto tornando sui miei passi e devo dire che, quella volta, il trattamento in questione mi aveva davvero urtata.
Anche da parte di chi gestisce il locale non ho riscontrato trattamenti troppo accomodanti (al contrario della prima volta).
La carta, in linea col resto, è composta da un paio di lunghi fogli di cartoncino giallo la cui offerta spazia dai “grandi classici” più o meno rivisitati alle proposte innovative dello chef uruguaiano (addirittura c’è una piccola sezione dedicata al piatto letteralmente “sognato” dallo chef quella notte).
Prendiamo una bottiglia d’acqua, mezza bottiglia di vino bianco (che ci viene versata nei bicchieri, come se niente fosse, con una cascata di briciole di sughero, finchè non ho dovuto esplicitamente richiedere l'ovvio) e facciamo le nostre ordinazioni.
Nell’attesa ci vengono offerti un panino al curry con burro salato e un cono croccante con tartare di salmone affumicato e spuma d’arancia. Deliziosi entrambi.




Grosso calo, invece, sul cestino del pane che, se non erro, è costituito dai panini della Bo-frost,! Ok, non sono male…ma che caduta di stile (soprattutto dopo aver assaporato quella deliziosa rosellina al curry)!
Io apro le danze con un indimenticabile Sandwich di ricciola del Mediteranneo con scaglie di foie gras e mela caramellata. Credo me lo ricorderò per il resto dei miei giorni.
Non saprei neanche come descriverlo. Davvero eccellente.


Mi sembra di percepire, tra le altre cose, un sottile sapore di lavanda. Chiedo conferma sia ad un cameriere che alla proprietaria e, dopo la promessa di domandare in cucina, non mi viene risposto.
Il foie gras, da quanto ho capito, è una delle loro specialità. La volta precedente ho avuto modo di gustare, sempre come antipasto, il loro Foie gras, cotto nel torcione al profumo di pepe di Sichuan, servito con il pan brioche caldo e la confettura di pomodoro. Anche questo davvero meritevole, equilibrato, delicatissimo e ben “rielaborato” dalle note agrumate del pepe cinese.
Passiamo poi ai primi, per me i Tagliolini di pasta fresca di farina di farro su zuppetta di formaggio di capra, animelle croccanti di vitello e polvere di caffè, abbondanti e piacevoli. Ottimo l'accostamento di sapori forti al caffè.


Per Francesco, invece, gli Spaghettoni di grano duro del Comm. Benedetto Cavalieri saltati in padella coi pomodorini pelati dell’ Az. La Motticella, sotto la cui descrizione si legge con piacere: “attesa 16 minuti”. Semplici, buoni, ma niente di che. Mi aspettavo di meglio.


Per Francesco arriva ancora il piatto vegetariano: Gli asparagi spadellati su crema di parmigiano, erbe aromatiche e fave di cacao, anche questi molto piacevoli (che, se ricordate, avevo anche provato a rifare), con verdure di indiscussa qualità, ma che non lasciano particolarmente il segno.



Nell’attesa del dolce ci vengono portati due bicchierini di crema di pistacchi e nespola con spuma di mandorle amare, davvero buoni. Il contrasto tra la dolcezza del pistacchio e l’amaro della mandorla risuona felicemente in bocca…e poi, devo dire la verità: adoro farmi coccolare da questi assaggini!


Per me arriva il mitico Sigaro di cioccolata ripieno di mousse di cioccolato al tabacco (Montecristo) con gelato al rhum e un bicchierino, coperto da una pellicola leggermente forata, dentro al quale si trova vero fumo di Montecristo e che va “sniffato” tra un boccone e l’altro.
Davvero un’idea geniale e una resa stupefacente- provare per credere!


Per Francesco, il Tiramisù: zuppa di savoiardi, gelato d’amaretti, croccante di cacao, gelato di mascarpone ed aria di caffè, chiara rivisitazione del classico dolce. Buono, ma dopo al sigaro, non c’era storia!


Prendiamo due caffè di cui non ricordo né infamia né lode e chiediamo il conto: 98 euro in totale.
Nonostante tutto, decisamente ben spesi. Speriamo in un rapido adeguamento del servizio alla cucina, perché Matias Perdomo ha davvero tutte le carte in regola per diventare un grande della Cucina italiana.


Al pont de ferr
Ripa di Porta ticinese, 55
Tel. 02.89.40.62.77
Sempre aperto



Questo ristorante è stato segnalato nell'elenco di Maricler e Fabrizio sui locali milanesi dove si mangia al di sotto dei 50 euro.

martedì 15 luglio 2008

Tanto rumore per... poco!

Ebbene sì, dopo tanto desiderare, in occasione della conclusione degli esami sono finalmente riuscita ad andare a cena da Nicola Cavallaro Al San Cristoforo. Peccato che le cose non siano andate esattamente come mi aspettavo.
Ma partiamo dal principio…

L’ambiente è carino, pulito, con le pareti verdi movimentate da maxi fotografie dal soggetto esotico, l’illuminazione azzeccata (la musica -che spazia dal latino alla pop- un po’ meno), i tavoli ben distanziati.
La tavola è guarnita da un originale centrotavola composto da un bicchiere con tre lunghissimi (e davvero deliziosi) grissini, una piccola pianta di plastica e un portalumino apparentemente dozzinale e comunque non di mio gusto.
Posate Sambonet e piatti, per lo più, di vetro lavorato (anche questi non di mio gusto, ma non per questo scadenti).
Ma veniamo alla sostanza.
Io prendo il menù Sessantotto (che sta per altrettanti euro), Francesco (il mio fidanzato) Cinquantotto e una bottiglia da una ventina di euro.
In attesa dei piatti (spesso, tra uno e l’altro, un po’ eccessiva, ma forse era colpa del “sabato sera”), ci viene servito un delizioso bocconcino di bufala, pomodorino e spuma di basilico e un ottimo cestino del pane.
Il personale di sala è molto gentile, sempre sorridente ed educato. Addirittura vediamo lo chef scorrazzare tra un tavolo e l’altro a prendere la comanda e a fare premurosamente a turno gli onori di casa.
Aspettiamo con ansia che venga anche da noi (io mi ero già preparata una miriade di domande da fargli, figuratevi! Con la fama che ha Cavallaro tra i bloggers!)… peccato che non sia mai arrivato.
Eccoci agli antipasti: per me un lungo piatto rettangolare con su, a destra, Sfoglia di gamberi rossi, mozzarella di bufala, mela verde e tartufo nero e, a sinistra, Tartare di ricciola con pesche, olive di Gaeta e coriandolo fresco e peperoncino (tra l’altro indicati nel menù come due piatti distinti).
Chiedo subito da dove fosse meglio iniziare per gustare al meglio l’esperienza (perché “esperienza” è il termine adatto per descrivere quello che mi aspettavo). Mi suggeriscono di partire col gambero e così faccio.
Il crostaceo in questione è decisamente di qualità superiore e l’accostamento con la mela e la bufala è, senza dubbio, felice. Peccato che il tutto fosse troppo salato e questo abbia un po’ guastato la delicatezza dei sapori. Il tartufo non mi sono nemmeno accorta di averlo mangiato (il tartufo a luglio?).
Anche la tartare era composta da ingredienti di primissima scelta e, anche qui, gli accostamenti (per altro non nuovi), erano davvero armoniosi.
Il mio fidanzato ha invece aperto la cena con una Creme brulée al Parmigiano Reggiano con prosciutto di Carpegna. Piacevole la creme brulèe dal sapore dolciastro, si abbinava bene alla sapidità del prosciutto (io ne ho assaggiato una mezza fetta, sarà la sfortuna, ma ne ho presa una parte un po’ secchina).
E’ poi arrivato il turno del piatto che aspettavo con più ansia, quello che prevede una particolare affumicatura a freddo, come ho letto con curiosità qui: Insalata di melone e anguria tonno appena scottato e foie gras.
Mi arriva il piatto composto da una pallina di melone, una di anguria, una di foie gras e qualche fettina di tonno scottato. Ma il fumo? Mah, forse devo aver confuso piatto –mi son detta-, eppure strano, ne ho riletta la descrizione proprio prima di uscire di casa…
Ma nessuno mi dice niente e io inizio ad assaporare: ottimo il tonno. Stava molto bene col melone, un po’ meno con l’anguria ed era decisamente infastidito da quel foie gras. Io non sono certo un’esperta, ma la sensazione era spiacevole: quel foie gras mi “grattava sul palato” da morire!
A prescindere dai gusti (io il foie gras lo adoro), quello mi creava proprio una situazione spiacevole in bocca.
Nell’attesa dei primi, sgranocchio con piacere i grissini e, dato che avevo già testato la ricetta data on line qualche anno fa, chiedo conferma sull’uso del lievito madre. Mi viene replicato che, dopo un consulto in cucina, avrei avuto risposta. Così non è avvenuto.
Ma veniamo ai primi: per me Senatore Cappelli con aglio, olio Pianogrillo e selezione di peperoncini dal gusto davvero ottimo. Mai mangiato una “aglio e olio” così buona. Davvero eccellente nei sapori (anche qui, prodotti di primissima scelta), anche se potevano essere più al dente.
Lo stesso vale per i Tuffoli ai 5 pomodori (confit, appassito, fresco a crudo, salsa e pomodoro verde) mangiati da Francesco nello stesso lungo piatto dei Ravioli di coda alla vaccinara con salsa ai ricci di mare e pomodoro. Di questi non ho avuto modo di apprezzare il contrasto dei sapori perché il gusto dei ricci si imponeva con prepotenza sul tutto.
Il mio secondo, Trancetto di ricciola, budino di mandorle, granita di nespole e spinacino, è un piatto decisamente interessante. Peccato che nel titolo venga omesso l’ingrediente in più che, a mio avviso, ha rovinato il delicato e piacevole gioco di ricciola-nespola-mandorla, ovvero la bottarga.
Sulla Tagliata di manzetta piemontese con patate fritte e salsa tzatzichi non mi esprimo perché non l’ho assaggiata. Ad ogni modo, da quanto riportatomi da Francesco, mi sembra di aver capito che la carne abbia ricevuto, come le patate (chips), un ottimo trattamento. Della salsa e dell’abbinamento tra i due, non so, ma mi sembrava che lui avesse qualche perplessità.
Aspettando i dolci, sento passare, diretto al tavolo dietro al mio, un piatto molto profumato…ma è il fumo dell’affumicatura a freddo! Mi volto subito incuriosita per capire di che portata si trattasse e scopro che era proprio quell’insalata di melone, anguria, tonno e foie gras che avevo mangiato io poco prima. Non faccio in tempo a rivoltarmi che (finalmente!) si presenta Cavallaro al nostro tavolo spiegandoci che, nel mio caso, c’era stato un disguido con la macchinetta affumicatrice e che si sarebbe fatto perdonare.
Io gli rispondo, in tono ironicamente minaccioso, che “era quello che mi auguravo” e gli racconto che leggevo del funzionamento della macchina infernale proprio quella sera, prima di andare da lui.
Arrivano così i dolci (a scelta dalla carta, ma compresi nella somma totale del menù).
Della mia Spuma di yogurt, sorbetto alla ciliegia, bavarese di banane e il cioccolato all’amarone di Giuseppe mi viene suggerito di seguire la sequenza spuma-bavarese-sorbetto (che, tra l’altro, non era di ciliegia, ma di albicocca).
Particolarmente buona la prima, non ho capito in cosa fosse legata alle altre due (a loro volta gradevoli).
Decisamente migliore la Tegola di zucchero e pistacchi, bavarese di ricotta, sorbetto all’albicocca e scaglie di cioccolato del mio fidanzato. Un buon contrasto di sapori, temperature e consistenza, con particolare lode per la tegola e la bavarese.
Non vogliamo caffè.
Chiediamo il conto: 152 euro (matematicamente come da “listino”).
Ma non si doveva far perdonare?


Nicola Cavallaro
Ristorante Al San Cristoforo
Via Lodovico Il Moro, 11
20143 Milano
tel. 02.89.12.60.60

sabato 31 maggio 2008

Ristorante Cracco – Milano

Approfittando di questo breve ponte, vi lascio questa lunga, ma davvero interessante recensione del ristorante Cracco.
Con Phil (autore della stessa) ci si chiedeva se fosse il caso di proporvela in due puntate, ma abbiamo poi deciso di non interrompere la "lettura ascetica" e di pubblicarla in versione integrale.
Prendetevi cinque minuti in più, perchè ritengo ne valga proprio la pena.

Carlo Cracco è uno chef geniale e coraggioso, oltre che una persona garbata e brillante. Questa è l’impressione che, a caldo, mi è venuto spontaneo manifestare dopo la mia prima e ottima esperienza presso il suo ristorante a Milano (a due passi da piazza del Duomo). Come molti sanno, Cracco è uno dei gioielli dell’alta cucina italiana e ha un importante percorso formativo alle proprie spalle: Gualtiero Marchesi prima («da lui ho imparato tutti i fondamentali»), La Meridiana di Garlenda, Alain Ducasse a Montecarlo, Sanderens a Parigi e l’Enoteca Pinchiorri a Firenze, per poi tornare da Marchesi all’Albereta. Esaurito il complesso e immaginiamo non facile percorso paideutico, il Nostro, dopo aver aperto un proprio ristorante, è finalmente approdato a Milano, presso la gloriosa famiglia Stoppani di Peck. Da questo connubio fortunato si è sviluppato Cracco-Peck (in realtà scritto al contrario, come vezzo), un brand che in pochi anni è assurto nell’Olimpo della ristorazione milanese e nazionale. Recentemente – ma anche questo è noto – Carlo Cracco ha rilevato il locale, che oggi si chiama infatti semplicemente “Cracco”, come è giusto che sia, dato che lui ne è l’anima e la ragione d’esistenza. Nel frattempo, a testimonianza della sua classe e dell’eccellenza del suo staff, Cracco ha conquistato due stelle Michelin (18.5/20 per l’Espresso; 92/100 per Gambero Rosso) e una serie di riconoscimenti internazionali, sul cui valore si può discutere all’infinito, ma che restano negli annali e fanno la differenza tra un number one e uno dei tanti. Insomma, siamo davanti a uno dei più grandi interpreti italiani della cucina contemporanea, ed è difficile negarlo. Ora, capiamoci: io né ho le competenze né la voglia di stare a dire in che posto della classifica nazionale e internazionale sia o possa essere Cracco, fatto sta che, da lui, ho vissuto un’esperienza gastronomica di altissimo livello, ed è questo che ritengo giusto raccontare.
Partiamo, dunque.

La location di Cracco è stata parecchio discussa da critici e bloggers, data la sua collocazione ipogea: due livelli sotto la strada che vengono raggiunti in ascensore. Io non trovo che questo noccia alla elegante ma minimale sala, poiché il locale non avrebbe ugualmente un grande affaccio e non è automatico che un ristorante debba avere luce naturale nelle proprie sale. Ben altro discorso sarebbe se desse sul Duomo, perché allora sarebbe stupido e vanamente provocatorio proporre ai clienti di pranzare in un sottomarino. Ma così non è e trovo giusto che a nessuno negli anni sia venuto in mente di strappare la sala agli abissi. Inoltre, uno splendido gioco di luci rende il locale molto caldo, tutt’altro che simile a una sala operatoria, rischio presente ma largamente scongiurato, checché ne pensi qualche recensore. Io, tuttavia, ho avuto la straordinaria opportunità di pranzare in una piccola, sobria ed elegante saletta posizionata dentro la cucina, la cui porta scorrevole di cristallo permette una visione teatrale del cuore pulsante del ristorante. Questo consente di avere un rapporto totalmente diverso con l’esperienza da Cracco, di osservarne le dinamiche, di coglierne le sfumature più intime e la cura maniacale del dettaglio (Cracco osserva i piatti, li corregge, passa lo straccio sul vassoio d’argento che si è inumidito, dimostrando un’umiltà non frequente a questi livelli). La cucina, più grande di un appartamento di medie dimensioni, è movimentata da un gruppo apparentemente affiatato di giovani chef. Questo è uno degli aspetti più belli di Cracco: l’età media dello staff assolutamente in controtendenza rispetto all’abitudine nazionale. Cracco, che è il più anziano della squadra, ha poco più di quarant’anni; Matteo Baronetto, suo alterego in cucina, e Luca Gardini, eccezionale somellier pluripremiato, ne hanno meno di trenta; Davide Osterero, caparbio e piacevole direttore di sala, intorno ai trentacinque. Questo non è un ristorante per vecchi, viene da dire parafrasando l’ormai celebre libro. Ed è un bene, a mio avviso: un ristorante moderno, minimale, avanguardistico, rivolto al futuro, ha il dovere di essere coerente anche nella scelta del personale. Se Cracco fosse un reparto geriatrico, perderebbe, non dico parte della sua grandezza, ma sicuramente parte della sua coerenza. E Cracco, timido e deciso nello stesso tempo, dà l’impressione di essere persona coerente. E coraggiosa, come detto, perché puntare sui giovani (in sala, non solo dietro le quinte) è anche una scelta di coraggio. Il servizio, assolutamente impeccabile, cucito addosso al cliente e alle sue esigenze e idiosincrasie, testimonia che anche i giovani possono raggiungere l’eccellenza. Se quest’asserzione vi suona lapalissiana, guardatevi intorno, orecchiate il sensus communis, e ripensateci.
Ho letto da qualche parte, non ricordo dove, che il servizio di Cracco è eccessivamente formale, ingessato, troppo servile. Sarà stata la mia collocazione privilegiata, ma non ho assolutamente avuto questa impressione. Anzi, mi è parso che la prestazione dello staff sia molto duttile, capace di adattarsi ai segnali della clientela: se date l’impressione di voler un servizio rigoroso, formale, asettico, lo avrete; analogamente, se volete scambiare qualche battuta, sul cibo come sui problemi quotidiani, lo potrete fare. Sta a voi decidere come essere serviti, e questo è segno di assoluta grandezza nella gestione del personale, ruolo in cui Davide Ostorero è maestro.

Non intendo soffermarmi sulla carta dei vini, assolutamente maestosa, perché capisco molto poco di enologia e non è il caso che mi lanci in analisi imbarazzanti della scelta delle etichette, di quanto sia ponderata la presenza delle annate, e di tutti questi tecnicismi che, pur fondamentali, non posseggo. Mi attengo al motto di Wittgenstein: «di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Mi limito a dire che ho bevuto molto bene e che la scelta dei vini è stata disposta da Cracco: uno spumante Franciacorta (del 2000, ma non chiedetemi il produttore); un pinot francese 1999, di cui non ricordo nient’altro, se non che era un vino eccellente; infine un passito di Pantelleria (Donnafugata, questo lo ricordo). In totale, tra un rabbocco e l’altro, nove calici (ho bevuto solo io). Non aver avuto nemmeno il bisogno di demandare la scelta dei vini è stato positivo, perché mi ha sollevato dall’imbarazzo di spacciarmi per un raffinato cultore della materia.
A un prossimo giro da Cracco proverò un menu più azzardato e chiederò un accompagnamento al calice più estroso, ma questa volta, come detto, era saggio procedere così. Per gli amanti dei dettagli è bene precisare che l’acqua proposta è la San Pellegrino e che non c’è una lista delle acque tra cui scegliere.

Veniamo al cibo, suvvia. La Carta è affiancata da due proposte di menu degustazione, una più «tradizionale» (termine da utilizzare con estrema attenzione, in questi lidi), l’altra più «avanguardistica». Io e la persona che mi accompagnava abbiamo scelto la prima opzione, alla luce di una considerazione molto elementare: la prima volta è meglio aver un impatto meno choccante con la cucina di Cracco, riservandosi di provare in seguito proposte più arrischiate. Alla luce dei fatti, è stata una scelta sacrosanta. Cracco ha suggerito di fare un percorso leggermente più ampio, valutando in seguito la possibilità di affrontare il carrello dei formaggi (cosa che non abbiamo fatto), e noi abbiamo accettato di buon grado.
Da sgranocchiare con lo spumante ci sono stati offerti alcuni divertissement davvero sfiziosi: una confezione (sì, esattamente: confezione di plastica griffata Cracco) di verdure tagliate sottilissime ed essiccate al naturale, croccanti e prive di qualsivoglia condimento e un piatto di amuses bouche (simil-olive all’ascolana, donzelle all’acciuga, riso soffiato, sfoglie di patata essiccata in cinque verità: gialla, viola, al nero di seppia, alla paprika e al prezzemolo). Un inizio intelligente, raffinato, ironico (si mangia con le mani e le chips, inutile dirlo, non hanno niente della classica patata fritta). A disposizione anche varie tipologie di pane e degli ottimi grissini.
Successivamente due colpi di genio in rapida successione: Insalata russa caramellata e uno shot di Pesto leggero con succo di uvetta. Con calma, ora mi spiego, o almeno ci provo. L’insalata russa caramellata, che è un classico di Cracco, consiste in una piccola cialda croccante di fondant di zucchero, capperi essiccati e sale di Maldon, al cui interno viene inserita un’insalata russa arricchita con senape e tonno. Piatto difficilissimo da realizzare, in cui l’armonia dei sapori – così differenti e così marcati – è quasi impossibile da raggiungere. All’iniziale dolciastro della cialda, che si spezza al morso, segue un gioco di dolce-salato di incredibile bilanciamento, che termina nel sapore avvolgente dell’insalata russa. Grandissimo coup de théâtre.
Lo shot, invece, è una rilettura ironica di quei cocktail a base di tequila che vengono consumati “alla goccia”: sul fondo un succo di uvetta tiepido, su cui viene versato del pesto tendente al liquido, in modo che lo si possa trangugiare one shot. In bocca si sente inizialmente il classico sapore oleoso del pesto, che inizia a mescolarsi con il provocatorio e contrastante sapore dell’uvetta, con un risultato davvero sorprendente. Cracco, che ha accompagnato personalmente quasi tutte le portate, spiegandole al dettaglio, ci ha permesso di meglio cogliere le sfumature delle sue innovazioni e quindi di apprezzare la sua cucina.

A quel punto abbiamo potuto confrontarci con un altro classico della casa: il Tuorlo marinato, questa volta declinato con una purea di piselli, piselli interi, fave e bruscandoli. Altro grande piatto: il tuorlo, dopo una lunga marinatura in una pasta di sale e zucchero, raggiunge una consistenza apparentemente gelatinosa (ma è un aggettivo che fa torto al piatto), che sprigiona il suo umore (che si mantiene liquido) quando viene rotto con il cucchiaio. Ancora una volta l’equilibrio dei sapori è notevolissimo, così come la capacità di Cracco di rendere inusuale un ingrediente così scontato come l’uovo.
Il successivo antipasto è stato a base di pesce: Alici marinate con pomodoro e ostia. Quest’ultima, soffiata sia al nero di seppia che al prezzemolo, viene adagiata sul piatto come fosse una sorta di scoglio, su cui vengono disposte delle alici perfettamente marinate infilzate da un amo, che è di zucchero e quindi si può mangiare. Piatto dai sapori decisi: le alici, infatti, conservano il loro vigore, mediato dall’ostia e dai veli di pomodoro confit che l’accompagnano. Ottimo il risultato finale di questo piatto vagamente nordico.
La portata successiva – l’ennesimo classico cracchiano – si situa di diritto ai vertici della giornata (e non solo): Musetto di maiale fondente con scampi e pomodori verdi. Siamo da Cracco, ed è tutto molto complesso, quasi mai immediato. Questa proposta lo è particolarmente, a mio modo di vedere, per l’accostamento osé di musetto di maiale e scampi. Provo a spiegare il piatto: il musetto viene fatto cuocere a bassa temperatura molto a lungo, fino a portarlo a una consistenza “burrosa”; a quel punto viene disposto in quadrati e ricoperto del fondo di cottura del maiale, poi fatto “caramellare” (termine improprio, temo) nella salamandra, che è una sorta di forno aperto. Sul quadrato di musetto è disposto uno scampo scottato in acqua e accompagnato da una dadolata di pomodoro verde. La gamma di sapori sprigionata dal piatto è strepitosa: il grasso pungente del maiale, che inevitabilmente si impone, cozza con la delicatezza dello scampo e l’asprigno del pomodoro, che svolge una funzione sgrassante. Anche in questo caso è l’equilibrio dei sapori a conferire al piatto un’eccellenza difficilmente raggiungibile. Mai musetto di maiale fu così buono!
L’omaggio a Milano di Cracco, iniziato con il musetto, prosegue con il più grande classico della nostra cucina: Il risotto allo zafferano. Come noto, la ricetta originale prevede l’utilizzo del midollo, che Cracco reinterpreta come boccone di midollo “alla piastra” che viene adagiato al centro del risotto, in modo che uno possa mangiarlo o metterlo da parte (parola di Cracco, non mia). Un piatto tecnicamente perfetto, che mi porta a considerarlo il miglior risotto allo zafferano mai mangiato. La mantecatura è eseguita magistralmente: nessun sapore predomina sugli altri, zafferano compreso, e la cremosità del risotto viene forse gustata al meglio se mangiato con il cucchiaio. A chi rimprovera Cracco di essere sempre troppo cerebrale e innovativo e non di rispettare la tradizione, consiglio vivamente di fare il bis di questo risotto, omaggio splendido a una splendida tradizione. Tradizione che trova conferma nel successivo piatto che Cracco ci serve, con la consueta spiegazione: Vitello impanato alla milanese, petali di pomodoro e zucchine. Ai filologi non sfuggirà la dicitura «vitello impanato alla milanese»: non sarebbe più diretto, chiaro e papale parlare di «costoletta»? No, perché a questo punto del pranzo una classica costoletta alla milanese sarebbe più pericolosa delle roulette russa, dopo il pieno di grassi fatto con il musetto e il risotto. Cracco, ricordandosi del maestro Marchesi, propone così due cubi di vitello impanato e insaporito dal sale di Maldon, che si lasciano mangiare più che volentieri e che non vengono avvertiti come un’esagerazione. La carne è cotta il giusto, in modo da lasciarla rosa all’interno, ed è assolutamente tenera. A me è molto piaciuta, ma gli amanti dell’«orecchio d’elefante», deturpazione modaiola della costoletta, non potranno certo apprezzarla, perché la rielaborazione cracchiana è alta tre centimetri e non è friabile come un biscotto.
Sarebbe così arrivato il momento dei formaggi (solo ed esclusivamente italiani), ma abbiamo declinato, passando al pre-dessert. Un sorbetto di fragola e grani di pistacchio, con aspic di fragoline di bosco e menta. Semplicissimo, serviva solo a «pulire la bocca», se mi si passa l’espressione. Il suo scopo l’ottiene, ma non è certo un dolce di livello. Già, i dolci. Ne abbiamo provati due: il primo, Nuvola di mascarpone al limone, menta e rum, molto divertente dal punto di vista concettuale, con un ottimo equilibrio dei sapori e dei profumi, ma nel complesso un buon dolce, senza eccellenza; il secondo, Mango caramellato e crema al pepe di Sechuan, che consiste in una frolla molto friabile su cui viene adagiato del mango caramellato e disidratato, accompagnato a una mousse delicatissima al pepe di Sechuan, che, per chi non lo conosca, ha un sapore tendente alla menta: il risultato è ancora una volta buono, ed è apprezzabile la freschezza complessiva del piatto, ma di nuovo non credo si possa definire un dolce eccellente. Dell’articolato menu testato oggi i dolci sono stati, pur superando decisamente la sufficienza, l’aspetto meno entusiasmante. Forse siamo tutti abituati a dolci molto più immediati e goderecci, dunque l’impalpabilità e la stravaganza delle proposte cracchiane (un dolce è a base di caviale, cioccolato e chinotto) stuzzicano più la testa delle papille gustative.
Divertenti anche i post-dessert e la piccola pasticceria: un bicchierino di pistacchio e ananas, uno di frutto della passione e cioccolato, anacardi al cacao, praline al pistacchio, baci di dama mignon, minuscoli cestini di frolla alla confettura e un cestino di frutta disidratata – richiamo circolare dell’incipit – hanno accompagnato un ottimo caffè. Ma prima del congedo, la chicca finale, l’ultimo gioco cracchiano: le Lenti a contatto al caffè. Si tratta di un mero esercizio di straniamento, per cui il cliente si vede servire un oggetto, un contenitore da oculistica, che nulla c’entra con il contesto in cui si trova e per un attimo si interroga su come utilizzarlo. Il primo gesto, quello più spontaneo, è di aprirlo. Compaiono allora due oggetti identici a delle lenti a contatto, tanto per forma che per consistenza (solo un po’ più gelatinosi, ovviamente), da estrarre con il dito e portare alla bocca. Il sapore è di caffè, ma non è quello che conta, perché una volta messe in bocca, il gioco è finito.

Torniamo al coraggio di Cracco. Milano è una città che ha dimenticato parte della propria tradizione gastronomica: il risotto viene sempre più sgrassato, il musetto di maiale è scomparso, il midollo è stato censurato dall’isteria post mucca pazza, la costoletta è stata spianata fino a ottenerne una cialda, la barbajada nessuno sa più cosa sia. Molti, ormai, si sono abituati così, anche per la necessità di una dieta light in una città dinamica e produttiva. Cracco è ancora una volta in controtendenza: i suoi piatti non deflettono mai dall’ispirazione tradizionale, non rinunciano a un cucchiaio di burro o a un sapore forte, come quello del musetto, che se proprio dev’essere sgrassato, lo si faccia con uno scampo e con i pomodori verdi! Ma Cracco ha coraggio anche perché propone un secondo menu ai limiti dell’incomprensibile, se non ci si diletta molto tra ricette avanguardistiche, spezierie, sapori esotici, arditezze concettuali (come lo zucchero filato alle alghe o la marinara in foglie). E lo propone – come candidamente e onestamente ammette – sapendo benissimo che a molti risulterà ostico, magari troppo, perché, dice, «l’importante è che sentano che è buono, la comprensione può arrivare anche dopo, a freddo». Cracco è coraggioso anche perché ha rilevato un ristorante che, per girare a quei livelli, in una città cara ed esigente come Milano, richiede circa trenta uomini di personale pronti a stare nel locale fino a quattordici ore al giorno, se necessario, ma che reclamano tutti uno stipendio mensile. Questo significa che Cracco non è solo uno chef di livello elevatissimo, ma che è anche a tutti gli effetti un piccolo imprenditore, che deve gestire le risorse umane al meglio, affinché il suo eclettismo non venga frustrato da un personale inadeguato. Questo accomuna forse tutti i grandi ristoratori italiani, ma a Milano i costi sono decisamente maggiori che in provincia o al Sud. La sensazione è che Cracco, pur essendo tutt’altro che economico, non possa diventare milionario con il solo ristorante. Durante il mio pranzo ho avuto modo di contare circa venti persone, tra cucina e sala; gli avventori, noi compresi, erano invece non più di una dozzina. Se a questo aggiungiamo il costo del locale, la splendida posateria, i cristalli, la sterminata cantina, gli strumenti necessari per realizzare quel tipo di cucina e lo studio che si nasconde dietro ogni realizzazione, si può affermare, anche in un periodo di apparente crisi economica, che Cracco meriti ampiamente i centosessanta euro a persona che gli abbiamo lasciato.
In cambio abbiamo avuto infatti qualche piatto memorabile (insalata russa caramellata, tuorlo marinato, musetto, risotto, cotoletta in cubi), alcuni divertimenti sfiziosi (lo shot di pesto, le variazioni sulla frutta e verdura disidratate, le lenti a contatto) e un servizio impeccabile, molto attento ma anche decisamente umano, per nulla artefatto, ma sempre rispettoso del cliente. Solo i dolci, se proprio vogliamo trovare un difetto, si sono collocati al di sotto dell’eccellenza. Il resto ha viaggiato su vette altissime, senza tentennamenti e senza esitazioni, come solo alla mano di un grande può riuscire.


Ristorante Cracco-Milano
Via Victor Hugo, 4
Milano
tel. 02.87.67.74

mercoledì 14 maggio 2008

Il brunch del Four Seasons

Oggi si parla di ristoranti. E come sempre mi tocca passare la palla a Phil perchè, se non l'aveste ancora capito, IO sto a casa a cucinare mentre LUI si nutre in ogni dove (leggesi in questa frase tutta la cattiveria possibile ed immaginabile).
La recensione di oggi non può, per questioni economiche, rientrare nel bell'elenco stilato da Maricler e Fabrizio sui ristoranti milanesi dove si mangia entro i 50 euro, ma vale la pena di essere letta e presa in considerazione.
Dunque, Phil, è il tuo turno...

Qualche giorno fa, sfogliando ViviMilano, l’inserto locale del Corriere della Sera, mi sono imbattuto nella classifica dei migliori brunch milanesi redatta da Valerio M. Visentin, critico enogastronomico del quotidiano. Il miglior brunch della città è risultato quello del Four Seasons Hotel , uno dei più lussuosi alberghi meneghini. Poiché ho avuto occasione di testarlo non molto tempo fa, stuzzicato da un così importante tributo (a Milano ci sono infinite proposte di brunch domenicale, dunque essere i primi non è affato male), ho chiesto a Virginia il permesso di scrivere le righe che seguono.
Due parole sul termine «brunch». Come molti sanno, è la crasi di «breakfast», colazione, e «lunch», pranzo, e allude a un banchetto festivo con cui, nei Paesi anglosassoni, si celebra un pasto collettivo composto da alcuni elementi tipici della colazione (uova, marmellate, succhi di frutta, yogurt, cereali, torte) e altri propri del pranzo (salumi, carne, pesce, formaggi). I francesi, sciovinisti fino al midollo, lo chiamano «le grand petit déjeuner». I tedeschi, che pure hanno coniato «Gabelfrühstück» (credo, almeno), utilizzano anch’essi brunch, come noi italiani (che invece amiamo molto sentirci esotici). Il brunch ha una tradizione antica, risale infatti al XIX secolo, e a lungo è stato censurato dalle abitudini alimentari degli europei. Qualche anno fa, tuttavia, come è esplosa la moda del sushi, diffusasi soprattutto a Milano, così anche il brunch ha fatto il botto. Inizialmente veniva concepito, con maggiore rispetto etimologico, in american bar e locali un po’ fighetti, proprio come crasi di una colazione all’inglese e di un pranzo all’italiana. Dunque si «bruncheggiava» con uova, marmellate, yogurt, per poi passare a qualche piatto più sostanzioso, magari una pasta o della carne. Personalmente, educato alla netta distinzione dei momenti del giorno, un buffet in cui potevano convivere la marmellata di arancia amara e il vitello tonnato mi ha sempre fatto un po’ orrore. Ho infatti molto apprezzato la metamorfosi recente del concetto di brunch operata da alcuni grandi alberghi milanesi: non più un ambiguo incontro tra momenti della giornata, ma un pranzo vero e proprio, con nessuna o rara concessione allo yogurt prima dell’arrosto e, soprattutto, senza riempire immondi vassoi degli avanzi della settimana. Un pranzo di qualità, insomma, ma a buffet, protratto nel tempo, con anche la possibilità di sfogliare un quotidiano tra un boccone e l’altro. Relax, in una parola, e cibo di livello. Eccoci così giunti al Four Seasons e al brunch domenicale ideato da Sergio Mei, Executive Chef dell’hotel e alfiere della cucina italiana nel mondo (ha lavorato ovunque, dall’India agli Stati Uniti). Indubbiamente uno dei «grandi vecchi» della cucina «azzurra» (siamo già in clima Europei, qui).
Il brunch del Four Seasons l’ho testato, ospite di un grande appassionato del buon cibo, nel secondo ristorante dell’hotel (il primo è Il Teatro), che ha nome La Veranda, e si affaccia sullo splendido chiostro del Quindicesimo secolo intorno al quale si sviluppa la struttura dell’albergo (camere fino a ottomila euro a notte). Il pranzo è così concepito: la sala (un po’ pomposa, tipica da grande albergo barocco) è costellata da alcune isole del cibo, ognuna delle quali destinata a una tipologia di prodotto gastronomico. Ho saltato l’angolo pane&focacce, che propone anche muffins e croissant, unica concessione allo spirito autentico del brunch. La mia prima tappa è stata invece l’angolo del pesce, dove è possibile farsi preparare un piatto di sashimi all’italiana incantevole: tonno, salmone, ricciola e scampi erano di qualità inaudita, indiscutibilmente superiore a quella dei sushi restaurant milanesi, “big” inclusi. In accompagnamento, un intingolo a base acetata con olio, pepe e dadolata di cipolla rossa. Ho bissato il piatto, e l’avrei pure triplicato, data la qualità, ribadisco, grandiosa della materia prima. Successivamente, su consiglio di uno chef, ho testato salmone e ricciola marinati, non rimanendo affatto deluso, poiché la qualità era la medesima. Terminato il piatto, prima che potessi alzarmi e dirigermi verso un’altra meta, un cameriere ci ha portato un assaggio di uova sbattute ai bruscandoli, verdura che amo molto. Assaggio davvero eccellente. Così mi è venuta voglia di uova, e mi sono fatto preparare un classico uovo su crostino di pane, con spinaci e una grattata di tartufo (nero, ma compreso nel prezzo). Buono. Ancora una volta, prima che potessi alzarmi per proseguire il mio brunch, alcuni camerieri si sono avvicinati proponendo della crema di porri e patate, cui non ho potuto dire di no. Ottima, anche in virtù del filo d’olio Pianogrillo “Particella 34” e di una grattata di pepe di mulinello. Peccato abbia dovuto indicare al cameriere quale fosse, tra le quattro o cinque disponibili, la bottiglia del Pianogrillo: a così alti livelli, un olio tanto noto tra i gourmet dovrebbe essere altrettanto noto a chi serve in sala. Ma vabbé, non è certo un dramma.
Mi è così venuta voglia di testare la carne, dato l’aspetto sontuoso delle proposte. Un boccone di un arrosto di manzo cotto alla perfezione e accompagnato da una giardiniera di verdure (anonima) ha soddisfatto la mia voglia. A quel punto, prima di passare al capitolo dolci, che meriterà un’ampia descrizione con relativo applauso, il carrello dei formaggi. Ho scelto assaggi di: ricotta vaccina (buona), ricotta di pecora (molto buona), burrata con la sua “stracciatella” (stre-pi-to-sa, tra le due o tre migliori mai mangiate). Erano però a disposizione anche formaggi più corposi e stagionati, con relative mostarde. Dopo una improcrastinabile breve passeggiata nel chiostro, l’assalto alle due aree dolci. La prima, un angolo con alcuni mini dessert, nel complesso buoni, un paio notevoli, ma non memorabili. Ricordo: una discreta panna cotta con frutti di bosco, un buon tiramisu, un buon mini cannolo, un dolce al pistacchio (di cui non ricordo il sapore). La seconda, è la Stanza del Cioccolato, recentemente inaugurata e subito diventata celebre. Si tratta di un piccolo locale, un gustoso salottino in cui è quasi tutto realizzato con il cioccolato, quadri e pareti compresi. Luci soffuse, candele e un profumo inebriante accolgono il visitatore, come in un profanissimo santuario. Sono disponibili circa venti proposte di cioccolato, tutte realizzate dai pasticceri dell’hotel. Ho testato: una scaglia di cioccolato al fior di sale, un’altra al cioccolato fondente 90%, un bicchierino di mousse al cioccolato e rum, un mini bonet (davvero notevole), un assaggio di Sacher. Tutte porzioni volutamente microscopiche, che possono però essere bissate ad libitum, secondo lo stomaco e la decenza. Io mi sono fermato per mancanza di stomaco, non per decenza! In un’eventuale seconda visita, al fine di contenere i trigliceridi, darò nettamente la preferenza alla Chocolate Room rispetto al primo angolo dolciario, sicuramente più banale, per quanto comunque sfizioso.
Un discreto caffè ha concluso la mia esperienza al Four Seasons.

Veniamo al prezzo: 65€, bevande escluse. L’ho lasciato volutamente per ultimo, per una ragione che vi spiego immediatamente: sessantacinque euro per un brunch è una cifra folle, a mio avviso, ma non se questo è un trionfo di prodotti di primissima qualità, con i quali è possibile costruirsi un percorso che da un antipasto di pesce crudo e variazioni sulle uova, dopo un primo, un secondo, dei formaggi e dei dolci porta a concludere il proprio viaggio in una stanza ricolma di cioccolato. Questo non è, a rigore, un brunch, ma un pranzo vero e proprio, ed è su questo parametro che va misurato. In questo senso, e solo in questo senso, non è ingiustificato spendere sessantacinque euro per una simile proposta. Anzi, un pranzo simile in un ristorante di medio-alto livello sarebbe costato quasi il doppio (ma avrebbe ovviamente previsto più piatti “espressi”). Inoltre va detto che noi abbiamo chiesto di proseguire con il vino proposto come benvenuto – un ottimo spumante Ca’ del Bosco – e non ci è stato aggiunto nel conto finale, analogamente al caffè. Dimenticanza o signorilità? Il dubbio lo lascio volentieri al lettore.

Due note negative per concludere, affinché non si pensi che questa sia una mera marchetta! Entrambe concernono l’organizzazione. Ci siamo recati al Four Seasons intorno alle 14:30, su richiesta dell’hotel, dal momento che prima erano pieni (eh sì, c’è grossa crisi…). Nonostante l’arrivo puntuale, il tavolo non era pronto, e siamo stati invitati ad accomodarci in una polverosa sala conferenze affacciata sul chiostro. Siamo rimasti lì quasi un quarto d’ora, e nessuno ci ha portato né un calice di benvenuto né un bicchier d’acqua. La trovo una caduta piuttosto grave. Ugualmente, intorno alle 16, mentre noi e altri due tavoli non avevamo ancora terminato il pranzo, alcuni camerieri hanno iniziato a sbaraccare alcune “isole” non più frequentate, almeno a loro giudizio. Anche questa mi è sembrata una caduta piuttosto significativa, dato il livello della location e della proposta – soprattutto in relazione al fatto che il nostro arrivo tardo era ben noto, così come quello dei nostri vicini di tavolo. Peccato, perché il resto era stato pressoché perfetto, all’altezza di quello che fino a quel momento avevo giudicato il miglior brunch mai provato: quello del Gundel di Budapest*.

* Per chi andasse a Budapest, credo sia d’obbligo una visita in questo ristorante, elegantissimo, anche se «vecchio Impero», lontano anni luce dalla moda minimalista dei ristoranti occidentali: radica, tappeti, pianoforte a coda, livree, argenti e altre sfarzosità impreziosiscono – e appesantiscono – la bella sala principale di quello che è stato definito da molte guide come il miglior ristorante di Budapest e dell’Est Europa (addirittura, con un giudizio probabilmente eccessivo, «one of the ten best restaurants around the world» dal Sidney Morning Herald; mentre secondo una recente guida internazionale, uno dei primi cinquanta). Gundel propone un menu degustazione molto caro, soprattutto per gli standard ungheresi, poiché si aggira intorno ai centocinquanta euro (bevande incluse), ma la domenica è giorno di brunch (e a pranzo è disponibile un business lunch). Si tratta davvero di un ottimo brunch, anch’esso più simile a un pranzo che a una colazione, in cui è possibile degustare alcune specialità locali e prodotti di qualità ottima, accompagnati dal pianista. Si spende, se non ricordo male, circa quaranta euro, bevande escluse. Soldi davvero spesi molto bene, e la domenica non è nemmeno richiesta la giacca. Generalmente – ma questa informazione andrebbe verificata – il brunch domenicale è «a tema», nel senso che i piatti principali sono tutti realizzati con l’ingrediente celebrato quel giorno.


Four Seasons Hotel
via Gesù, 6/8
20121 Milano
Tel. 02/77088

mercoledì 26 marzo 2008

Ristorante Arté

Signori e signore (udite, udite!), con grande gioia (e un po' di emozione) vi annuncio che oggi lo Spilucco ha il piacere e la fortuna di accogliere una voce autorevole. Sì, mi riferisco ad un critico di grande spessore -e quando dico spessore, dico "spessore"!- ma, bando alle ciance, è ora di cedere la parola a lui, Phil, affinchè ci racconti la sua esperienza pasquale al ristorante Arté di Lugano.
Grazie Phil! Da oggi in poi, questo blog, non sarà più lo stesso...

Un antico sfottò con cui noi italiani ci consoliamo spesso recita che la Svizzera ha dato al mondo solo il cioccolato e gli orologi, nulla più. Si tratta di un giudizio senz’altro riduttivo, tuttavia, se ci limitiamo al solo cibo, bisogna riconoscere che il contributo della terra elvetica è stato, almeno fino a qualche tempo fa, piuttosto scarno. Il panorama gastronomico europeo ha però subìto importanti modificazioni negli ultimi due/tre decenni e ha visto comparire sulla scena alcune personalità di spicco in Paesi tradizionalmente poveri dal punto di vista dell’alta cucina, come la Spagna e l’Inghilterra. Chef come Ferran Adrià ed Heston Blumenthal – per citare due celeberrimi interpreti della cucina contemporanea – sono la dimostrazione che molto è cambiato. Anche in Svizzera. Lo prova il fatto che circa ottantacinque ristoranti elvetici sono stati premiati dalla Guida Michelin 2008 con delle «stelle» (con due «tristellati»; in Italia sono cinque). Ma il mutamento non riguarda esclusivamente i vertici della ricerca culinaria, senza coinvolgere la fascia medio-alta e, più in generale, la sensibilità gastronomica delle persone. Girovagando per le strade di Lugano, infatti, si incontrano diverse boutiques enogastronomiche di spessore, ma anche reparti alimentari di grandi magazzini molto forniti di prodotti tutt’altro che ordinari. A ciò va aggiunto che il cambio euro-franco è per noi oggi piuttosto vantaggioso, il che rende la Svizzera una meta gastronomica ancora più invitante. Infine, per chi proviene dalle sempre più disordinate e sporche città italiane, qualche ora di rigore e pulizia elvetici sono un toccasana.


Un esempio di interessante ristorazione non stellata, ma comunque di spessore (Michelin premia con tre forchette), è quella del Ristorante Galleria Arté del Grand Hotel Villa Castagnola, uno dei più eleganti e quotati alberghi di Lugano. Il locale è il secondo ristorante di Villa Castagnola ed è l’espressione più moderna e creativa della cucina proposta nell’hotel. È situato in una sofisticata dépendance vista lago, che ospita mostre di arte contemporanea ed esposizioni di quadri, oltre a essere dotato di una sala con pianoforte.




Lo Chef di Cucina è Frank Oerthle e il Maître d’hôtel il cordiale Filippo Picardi; lo staff è efficiente e discreto, tuttavia il servizio, pur essendo di buon livello, potrebbe essere migliorato ulteriormente (ad esempio abbiamo dovuto richiedere due volte il pane [ottimo e di diverse tipologie], dal momento che nessuno si era accorto fosse terminato sulla tavola). Il menu spazia dal pesce alla carne e offre rielaborazioni mai scontate di prodotti per lo più mediterranei di eccellente qualità. Il livello altissimo della materia prima è indubbiamente uno dei maggiori punti di forza del locale. La proposta varia settimanalmente, secondo le esigenze della stagione e del mercato. Il menu degustazione viene proposto a centocinque franchi, meno di settanta euro, sicuramente ben spesi. Alla carta, gli antipasti si aggirano sui trenta franchi (diciannove euro), i primi sui venticinque (quindici), i secondi di pesce e di carne sui quarantacinque (ventotto), i dolci intorno ai sedici (dieci). La proposta di vini è soddisfacente, con diverse bottiglie ticinesi, anche se i ricarichi sono piuttosto percepibili. Noi abbiamo bevuto uno chardonnay barricato ticinese molto piacevole.


Minimale, elegante ma giocosa la mise en place, adeguata all’occasione pasquale (unica nota: le tovaglie andrebbero stirate un po’ meglio).
Non amo fare foto al ristorante ma, non essendo un locale di cui abbondano le immagini sulla Rete, ho preferito portare con me la digitale. Non sono né un fotografo né un amante della fotografia, dunque la qualità è quella standard. Ecco cosa ho avuto modo di assaggiare.Per iniziare, una trilogia di coniglio accompagnata da un’insalatina agrodolce: tartare di coniglio, coniglio lardellato e fagottino di crespella di verdure con ripieno di coniglio. Nel complesso, un piacevole gioco di variazioni sul tema in cui spicca il fagottino. Voto 7.5/10.

Poi, delle ottime scaloppe di fegato grasso d’oca saltate in crespella di tartufo (nero), fagiolini marinati e insalatina di valeriana, agrumi e mela al rosmarino. Voto 8/10.

Come primo piatto, due magistrali ravioloni di ricotta al profumo d’arancia e basilico, con asparagi saltati, scampi alle erbe e crema al Nolly Prat. Un piatto di grande delicatezza, con un dosaggio perfetto dei profumi e dei sapori, senza eccessi e senza timidezze. Sicuramente il miglior piatto del giorno. Voto 9/10.

Come secondo piatto, del salmone selvaggio in battuto di pane e pepe rosa, con sformatino di broccoli e pomodorini ciliegini ripieni. Buoni, ma senza eccellere, i contorni; elevatissima, invece la qualità del salmone, e interessante il battuto piccantino in accompagnamento. Voto 8/10.

Per finire, il dolce: uovo di pan di spagna con fragole marinate e gocce di zabaione al cognac, cestino di cioccolato con crema (alcolica) ai lamponi e quenelle di gelato al cioccolato fondente con crema al cioccolato bianco. Discreti il cestino e il gelato (per nulla cremoso), gradevole il pan di spagna e la marinatura delle fragole. Il dolce e la piccola pasticceria (eccetto che per degli ottimi bocconcini di colomba) sono perfettibili. Voto 6.5/10.


Veniamo alle conclusioni. Non credo esistano criteri assoluti con cui valutare un ristorante, ma ritengo sia necessario guardare soprattutto al rapporto qualità/prezzo e alla tipologia di esperienza culinaria offerta. In quest’ottica mi sento di consigliare assolutamente Arté a chi passi da Lugano e voglia sperimentare una cucina ricercata, ma non esasperata, fondata sulla qualità assoluta delle materie prime e offerta in un contesto davvero piacevole (specie se c’è bel tempo) a un prezzo ragionevole, soprattutto per chi paga in euro. Voto finale: 8/10.


Ristorante Arté.
Ristorante al lago del
Grand Hotel Villa Castagnola
Piazza Emilio Bossi 7
Lugano Cassarate
Tel. 0919734800